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IL SOLARE TERMODINAMICO ITALIANO sito in aggiornamento |
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Pagina aggiornata il 6 giugno 2010 |
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L’accumulo termico per gli impianti solari termodinamici (Thermal Storage) |
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Negli impianti solari
termodinamici basati sulla generazione elettrica mediante turboalternatori,
sussiste l’esigenza di mantenere stabili le condizioni del ciclo termico, in
quanto le variazioni di regime influenzano in modo rilevante il rendimento
medio complessivo di generazione. Fin dalla costruzione dei primi
impianti si è reso necessario prevedere uno storage termico in grado di
attenuare le veloci variazioni di potenza termica originate dalla variabilità
delle condizioni meteo. Le dimensioni degli storage era
calcolata per consentire il superamento di transienti di pochi minuti o la
fermata della turbina in condizioni controllate. Questo tipo di storage, che
potrebbe essere definito tattico, è strettamente funzionale all’impianto e di
fatto non contribuisce ad incrementare la produzione netta annua. Fra i primi impianti, l’unico
dotato di uno storage di grandi
dimesioni è stato Solar One. Dalla seconda generazione di impianti, per
tenere conto delle richieste provenienti dal settore elettrico o contenute
nelle normative di incentivazione del ST, è sorta l’esigenza di disporre di
uno storage più strategico, in grado
di prolungare in modo rilevante l’operatività dell’impianto anche in assenza
della fonte solare. Questi storage comportano l’aumento del multiplo solare,
ovvero della dimensione del campo solare a parità della potenza nominale, e
portano all’aumento del numero di ore equivalenti di produzione annua. Sono cosi nati gli storage di
SEGS I e di Solar Two che
costituiscono due esperienze decisive, anche se di segno diverso, per lo
sviluppo di questo componente dell’impianto. La realizzazione degli storage
termici di grandi dimensioni rappresenta una delle tematiche aperte più
rilevanti per lo sfruttamento a grande scala dell’energia solare; al momento
costituisce un elemento chiave di
distinzione tra il ST e il solare fotovoltaico.
Andamento ideale della produzione di un ipotetico impianto ST da 30 MWe dotato di storage termico equivalente a 4 ore di esercizio, durante una giornata estiva. L’energia termica prodotta dal campo solare viene immagazzinata dalle prime ore del mattino fino a poco prima del tramonto per poi essere utilizzata completamente fino alle 23 circa. Nella pratica l’utilizzo dello storage deve tenere conto di vari fattori, tra cui il valore dell’energia in rete, l’esigenza del mantenimento delle temperature minime notturne, la necessità di una partenza rapida al mattino successivo e le condizioni meteo previste per il giorno dopo. Nel corso della giornata la potenza elettrica equivalente fornita dal campo solare supera di oltre il 60% la potenza nominale, il che indica che il multiplo solare dell’impianto è dell’ordine di 1,6.
Elenco degli impianti degli
anni ’80 e dei diversi sistemi di storage testati. Del primo gruppo di impianti sperimentali
solo Solar One disponeva di uno storage multiorario della capacità di 182
MWth. Gli storage media usati comprendevano sali fusi, olio, sodio liquido,
ghisa e rocce. I sistemi di stoccaggio
prevedevano un serbatoio a termoclino, un serbatoio a scambio interno e due
serbatoi. Per gli impianti SEGS I del 1984 e Solar Two del 1996 fu adottato
il concetto dei due serbatoi a livello variabile (fonte NREL – Pilkington
2001) |
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I primi esempi di storage termico. La difficoltà della costruzione e
della gestione di questo tipo di accumuli è risultata evidente fino dalle
prime esperienze, in particolare quelle basate sulla generazione diretta di
vapore nel ricevitore. I primi impianti a torre centrale disponevano quasi
tutti di un sistema di storage di piccola taglia, di impiego tattico nella gestione del ciclo
termico. Il loro funzionamento tuttavia è risultato poco soddisfacente, sia a
causa del doppi scambi media termico - vapore sia per le ridotte dimensioni. |
Il sistema di storage dell’impianto SEGS I nel
1984 è stato il primo ad utilizzare
due serbatoi di stoccaggio a temperatura diversa ed il fluido primario come
storage media. (fonte NREL 2001)
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Nel 1984, nell’ impianto SEGS I a
parabole lineari a olio minerale, venne realizzato uno storage basato
sull’olio stesso che svolgeva anche il ruolo di fluido primario. Il sistema
era a due serbatoi a livello variabile, uno caldo e uno freddo, e permetteva
una autonomia di 3 ore equivalenti. Questo concept, nel passaggio
agli impianti SEGS successivi da 30 MWe avrebbe tuttavia portato a costi
proibitivi, soprattutto a causa della massa di olio necessaria; lo storage termico fu sostituito con un
caldaia a combustibile in grado di sostituire completamente la fonte solare,
dando così origine al sistema ibrido che ha avuto il noto successo
commerciale |
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Nell’impianto Solar Two, nel 1996, venne realizzato un grande storage termico basato sul concetto di due serbatoi a sali fusi a temperatura differente. L’alta temperatura di fusione dei sali e la loro corrosività alle temperature maggiori crearono vari problemi di funzionalità che vennero tuttavia risolti nel tempo. A regime il sistema dimostrò una funzionalità soddisfaciente che ha portato a ritenere fattibile la sua applicazione a scale molto più grandi. Il sistema utilizzato a Solar Two
costituisce il riferimento degli storage attuali degli impianti tipo Andasol
e successivi, Archimede e Solar Tres. |
Il sistema di storage dell’impianto
Solar Two ha ottenuto risultati soddisfacenti in termini di efficienza ed
affidabilità; tra i risultati notevoli anche quello del funzionamento
ininterrotto h24 dell’impianto per alcuni giorni . |
Tipologie di storage termiciLa ricerca sullo storage termico
ha indagato negli anni soluzioni diverse per schema di impianto e media
termico, mettendo in evidenza di ciascuna pregi e limiti. Finora l’unica
soluzione che ha raggiunto la fase commerciale è quella a due serbatoi a livello
variabile; di seguito sono riportate alcune indicazioni di base su quelle più
sperimentate: a)
Il sistema a serbatoio a termoclino a media solido. In questo sistema un media
solido (es pezzi di roccia) contenuto in un serbatoio viene riscaldato per contatto diretto con
il fluido primario. Questo fluisce in una direzione quando cede calore al
media e nella direzione opposta quando deve recuperare il calore
immagazzinato. Nel serbatoio si stabilisce una distribuzione della temperatura
detta termoclino, variabile a seconda dello stato di carica del serbatoio.
Questo sistema è relativamente economico ma presenta l’importante
inconveniente di non mantenere la
temperatura nominale di uscita durante la fase di scarica del serbatoio, con
ripercussioni sulla generazione del vapore ed il rendimento dell’ impianto.
Tipicamente viene usato quando il fluido primario è molto costoso (olio
diatermico) o presenta un basso calore specifico (aria – vedi progetto Julich).
Andamento della temperatura all’interno del serbatoio di Solar One
(Barstow 1983) il cui media era costituito da un mix di olio e roccia. Nella fase di carica
l’olio caldo (riscaldato dal vapore primario) entra dall’alto alla
temperatura di b)
Il sistema a serbatoio a termoclino a fluido stratificato. E’ simile al precedente ma non
ha un secondo media e lo storage è realizzato dal fluido primario stesso
accumulato nel serbatoio. Presenta lo stesso problema del precedente, che può
anzi essere accentuato se la stratificazione non viene controllata
perfettamente, (nel caso dell’olio è accentuato dal fatto che questo media
presenta una notevole variazione della densità con la temperatura) per contro
è più rapido nel rispondere alle esigenze di mantenimento del ciclo a regime
ed evita i problemi che nascono dal contatto con un altro materiale. E’
indicato quando il fluido primario è economico (sali fusi – vedi progetti
ENEA) c)
Il sistema a scambiatori di calore. E’ concettualmente simile ai
precedenti ma è costituto da blocchi di materiale percorsi da tubazioni in cui scorre il
fluido primario. La mancanza di contatto diretto tra il fluido primario e il
media dello storage migliora il problema della perdita di carico dei serbatoi
a media solido ma non quello del termoclino. Questo però può essere limitato
suddividendo lo storage in blocchi piccoli disposti in parallelo da alimentare
uno alla volta; in questo modo in ciascun blocco si raggiunge la massima
temperatura di storage prima di far fluire il fluido in quello
successivo. Di conseguenza anche la
scarica del calore accumulato avviene a temperatura relativamente costante fino
all’ultimo blocco. Il materiale tipico di questa soluzione è il cemento.
Sebbene sia stata indagata a più
riprese non ha trovato finora applicazione in impianti commerciali.
Il sistema TES a blocchi di cemento sperimentato dallo
ZSW a Stoccarda nel 1994. La sperimentazione riguardava l’esigenza di
disporre di dati di comportamento della matrice di cemento attraversata dai
tubi del fluido primario. Prototipi di piccole dimensioni sono state
effettuate dalla DLR presso d)
Il sistema a due serbatoi a
livello variabile. E’ il sistema sperimentato a
Solar Two. Il fluido primario riscaldato nel ricevitore solare si accumula
nel serbatoio caldo, quindi entra nel generatore di vapore dove cede la sua
energia e si scarica nel serbatoio freddo. Dal serbatoio freddo ritorna nel
ricevitore solare e ricomincia il giro. Se la produzione di fluido caldo nel
campo solare supera la portata ricevibile dal generatore di vapore, il
livello del fluido sale nel serbatoio
caldo e scende in quello freddo; viceversa se la portata di fluido dal campo
solare è insufficiente, viene prelevato del fluido dal serbatoio caldo, il
livello in questo serbatoio scende mentre sale in quello freddo. La presenza di due serbatoi complica
l’impiantistica con notevole aumento dei costi, d’altra parte questo sistema
garantisce che la temperatura di ingresso al generatore di vapore resti quasi
costante fino all’esaurimento di tutto il calore accumulato, a beneficio
dell’efficienza dell’intero impianto. (Andasol – Extrasol, Solar Tres, Archimede)
Lo schema degli impianti tipo
Andasol prevede un grande storage termico a sali fusi a due serbatoi a
livello variabile con una capacità equivalente di 7 ore circa, si tratta del più grande sistema di storage realizzato
per il ST ed è nei fatti l’unico utilizzato negli impianti di recente
costruzione. Il sistema è posizionato in parallelo al campo solare e lo
sostituisce durante le ore di mancanza di sole. Il sistema oltre al
generatore di vapore a olio richiede anche uno scambiatore olio - sali fusi.
Nel progetto Archimede invece, dove il sale fuso circola direttamente nei
collettori, non esiste il circuito a olio ed è presente solo il generatore di
vapore a sali fusi. e)
Il sistema a scambiatori multipli per la generazione diretta di
vapore. La
generazione di vapore diretta in campo, finora provata solo negli impianti a
torre centrale e in quelli sperimentali a collettori di Fresnel, se da un
lato evita il ricorso ad un fluido primario, dall’altro da luogo al problema
dell’accumulo dell’energia termica. Di regola la produzione di vapore è
distinta in tre fasi: il riscaldamento dell’acqua alimento, l’evaporazione e
il surriscaldamento. Durante la fase di carica dell’accumulo termico il
vapore, cedendo calore al media, ripercorre le tre fasi al contrario
arrivando in teoria a ricondensarsi in acqua. Nella fase di recupero del
calore accumulato, l’acqua alimento si trasforma in vapore surriscaldato da
inviare alla turbina. Nelle tre fasi, che coprono tre differenti range di
temperature, il fluido acqua – vapore
presenta caratteristiche termoidrauliche molto diverse e quindi lo storage
termico deve accumulare, e in seguito cedere, il calore in condizioni
altrettanto distinte. Per questo motivo questo sistema prevede tre differenti sezioni, ciascuna con proprie caratteristiche. Si tratta in principio di tre scambiatori, ciascuno dei quali contiene un media specifico, ad esempio, cemento per la fase di riscaldamento dell’acqua e quella di surriscaldamento e sale fuso per la fase di evaporazione. In particolare in questa sezione lo scambio di calore deve avvenire a temperatura quasi costante e per questo motivo la miscela di sali deve avere un punto di fusione vicino a quella di evaporazione/condensazione della miscela acqua/vapore alla pressione stabilita. I sali che consentono questo tipo di operazione vengono detti PCM o Phase Change Media. In questi tipi di scambiatori il vapore fluisce in una matrice di tubi all’interno del media di storage ( non può esservi contatto diretto con il vapore). Per tener conto delle situazioni di accumulo nelle diverse sezioni (termoclini nelle sezioni con cemento) e della entalpia del vapore da surriscaldare o da condensare, il sistema deve permettere un accurato controllo dei flussi di vapore con una considerevole complicazione dell’impiantistica. Finora sono state condotte varie esperienze, utilizzando anche media diversi, senza che sia stata proposta una soluzione dimostrativa di dimensione significativa. Schema del sistema di storage per f)
Il sistema a equilibrio di fase acqua vapore. E’ il sistema applicato negli
impianti a torre PS10 e PS20 a vapore non surriscaldato. E’ costituito da un
certo numero di serbatoi dove acqua surriscaldata in pressione e vapore si
trovano in equilibrio. Il funzionamento è molto semplice: quando il flusso di
vapore prodotto dal ricevitore solare supera la portata massima accettabile
dalla turbina, una parte viene inviata nel serbatoio dove riscalda l’acqua, fino
a che questa, alle condizioni di pressione del circuito di 40 bar, si
surriscalda fino a |
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Schema di principio dell’impianto PS10 (fonte Abengoa) |
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Il sistema di storage degli impianti PS10 e PS20 è realizzato mediante 4 serbatoi dove acqua surriscaldata alla pressione del circuito è in equilibrio con il vapore sovrastante. Le dimensioni del sistema sono molto rilevanti se confrontate con altri tipi di storage; la semplicità e il costo limitato lo rende adatto al servizio tattico indispensabile per gli impianti a vapore. (fonte Abengoa)
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volte dal 23 dicembre 2010 |
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